“PINNE”

La Compagnia Stabile del Teatro Aurelio

presenta

“PINNE” 

foto PINNE-23

Regia di Lucrezia Lanza

testo di Angela Giassi,

con Giacomo Bottoni e Giulio Neglia.

 

Disegno Luci e Fonica: Fabio Durastante

Foto di scena: Claudia Antignani

 

Sinossi

Pinne è un atto unico sulla simbolica fuga di due galeotti da una nave carcere in un mondo dell’assurdo. Ben e Gian cercando le porte d’uscita verso un mare infinito, si imbattono in una Voce che li guida in un percorso pieno di scelte ed attese. Questo virtuale mondo dell’evasione trasforma il surreale in tangibile diventando una sorta di videogames dove selezionare, digitare, compiere scelte. Per terminare la partita verso una libertà tutta da inventare i nostri protagonisti avranno bisogno dell’aiuto degli spettatori. L’unico spettacolo dove sarà richiesto di tenere i cellulari accesi…

Presentazione

Il testo si inquadra perfettamente nel genere della commedia dell’assurdo, ricalca le linee guida e si pone come riproduttore fedele di alcuni temi ed espedienti drammaturgici cari al celebre autore Samuel Beckett. L’attesa (di Aspettando Godot), il gioco di logica (di Finale di partita), la voce fuori campo (di L’ultimo nastro di Krapp), le scene mute (di Atto senza parole), l’immobilità (di Giorni Felici) e l’incomunicabilità (di Commedia).

La commedia dell’assurdo, come genere, ha origini sul finire degli anni ’40, a risposta di una crisi identitaria post-guerra. La rottura completa in drammaturgia con il classico senso logico dei dialoghi e del plot si identifica come mezzo fortissimo di contrasto nei confronti della società dell’epoca. Ad oggi, riproponendo questo genere, a nostro avviso, non si avrebbe lo stesso risultato. Troppe cose sono cambiate ma è pur vero che altrettante sono ancora uguali. Proporre gli originali testi beckettiani potrebbe solo suscitare noia e incomprensione, così abbiamo lavorato a questo progetto selezionando gli elementi ancora vivi ed efficaci, affiancando loro nuove tecniche di comunicazione e di coinvolgimento.

foto PINNE-04La messa in scena lavora sulla trasformazione di un elemento di distrazione come il cellulare in un controller da utilizzare durante lo spettacolo.

La carta vincente di Beckett fu quella di rintracciare perfettamente “l’abbandono dell’uomo moderno” e di riuscire a comunicarlo senza che in scena succedesse effettivamente nulla, questo gli valse il Premio Nobel per la letteratura nel 1969. “Pinne” lavora su questo concetto di alienazione, ancora sentito, cercando di sottolineare quanto la tecnologia ad oggi è il miglior mezzo di comunicazione ma, allo stesso tempo, un fortissimo elemento che porta all’alienazione. Lo spettacolo è guidato da una Voce fuori campo, ma presente in platea, che determina: i tempi, i luoghi, gli stadi, le evoluzioni e le possibilità. Tutto questo prende ispirazione da un elemento comune come le voci registrate dei call center che guidano l’utente verso un servizio commerciale. Ben e Gian sono guidati da questa Voce durante la loro drammatica fuga da un’assurda nave carcere che li imprigiona, lontano da tutti e da tutto. Gli viene permesso di selezionare il mondo dell’evasione che più preferiscono, scegliendo luoghi e attività possibili. Questa possibilità, sul finire dello spettacolo, viene data anche agli spettatori, utilizzando il proprio telefono cellulare o smartphone, viene richiesto loro di selezionare il finale dello spettacolo come a decidere le sorti dei due protagonisti. In realtà, se la messa in scena avrà raggiunto il loro cuore, capiranno di essere dei semplici burattini, come i due protagonisti della pièce, coinvolti in una scelta che non cambierà la loro fine, la fine dell’uomo del nostro tempo. Tutto ciò mira a renderli consapevoli degli infiniti mezzi a loro disposizione e di comprenderne quel dramma tutto beckettiano de “l’abbandono dell’uomo” contemporaneo.

Note al testo

Ben e Gian, reclusi per motivi ideologici in una nave carcere, al largo di chissà quale mare, decidono di evadere e dopo una rocambolesca fuga approdano in un luogo sconosciuto dove scoprono loro malgrado di essere nuovamente prigionieri. Questa volta però non si tratta del carcere, ma dell’inquietante presenza di una voce, gentilmente insopportabile, che costringe i due protagonisti ad una serie di scelte a partire dal tipo di evasione preferita fino alla definizione di concetto di libertà. Si tratta di una sorta di test esasperato, anti-intelligenza, dove di volta in volta compaiono sulla scena dei palloncini colorati che i due personaggi devono scoppiare per esprimere le loro preferenze.foto PINNE-19
Superate le varie proposte, Ben e Gian, finalmente liberi, sono in balia del pubblico, che viene invitato anch’esso a scegliere tra i tre finali che lo spettacolo offre, lasciando intravedere il gioco meta-teatrale che accompagna tutto il resto.

Metafora sull’evasione, riflessione sulla libertà, espressa attraverso la capacità di scelta, il tema della pièce è alleggerito dal tono costante di gioco che coinvolge i protagonisti e il pubblico.
Una scenografia essenziale che punta soprattutto al gioco tra gli attori, due clown spaesati, che passano agilmente dal comico al tragico, dando vita ad uno spettacolo adatto ad ogni tipo di pubblico.

Pinne è stato scritto nel 1996, rappresentato per la prima volta nello stesso anno con la regia di Angela Giassi, poi per il suo secondo riallestimento prodotto dallo Stabile del Friuli Venezia Giulia e infine ora, arrivato al suo terzo allestimento, la regia è stata curata da Lucrezia Lanza per la Compagnia Stabile del Teatro Aurelio.

Angela Giassi

Note di regia

Le condizioni di un carcerato sono già di per sé alienanti: le sbarre che delineano un confine invalicabile con il mondo esterno, le condizioni di vita in spazi piccoli come una cella, la mancanza di aria (intesa come rappresentazione anche di libertà), gli ordini dei secondini, le giornate scandite da appuntamenti fissi. Ben e Gian oltre a questo devono anche subire l’isolamento in mare, che li relega lontano dalla società, impossibilitati a ricevere visite o immagini del mondo che hanno fino a poco prima vissuto.
Uno strano carcere, accogliente, pulito, con l’aria condizionata e un’ottima mensa. Perché scappare? Ogni volta che si pone la domanda nel testo nessuno dà una risposta. E’ assurdo, eppure scappano. Perché? La commedia non dà risposte, lo impone il genere, eppure le menti iniziano a pensare. “Sarà capitato anche a voi…” dice una vecchia canzone… E’ così, vi sarà capitato di non amare qualcosa che oggettivamente fosse perfetto, sarete scappati da una relazione apparentemente idilliaca, avrete rinunciato a una proposta troppo bella per essere vera. Nella vita dei due protagonisti nulla è perfetto, i due si fanno forza l’un l’altro, si avvicinano sempre più e da questa nuova prospettiva si intuisce le loro bizzarre somiglianze. Ognuno affronta temi come: la paura, l’ansia, la scoperta del nuovo in modi diametralmente opposti eppure queste posizioni così divergenti li pone, si lontani ma, in prospettiva più vicini di quel che può sembrare, tanto da creare una mistica figura unica dove ogni parte del corpo potrebbe appartenere all’uno o all’altro: la testa di Gian e il cuore di Ben, le braccia del primo e i piedi del secondo.foto PINNE-18 Questo mistico minotauro è la perfetta rappresentazioni delle contraddizioni umane dove in un corpo e una mente convivono pensieri e impulsi discordanti amplificati da una situazione assurda come quella presentata nel testo. Nel mio immaginario loro sono sottoposti, quotidianamente ad una specie di tortura. Ogni giorno vengono catapultati in una sorta di realtà virtuale, dove li ritroviamo ad inizio spettacolo, con una grande voglia di evadere. Ogni giorno tentano l’impresa, ogni giorno qualcuno decide quale fine faranno. Una punizione, per un reato ignoto, un carcere dantesco dove per ogni peccato esiste una punizione perenne e ripetitiva.

Lucrezia Lanza

REPLICHE:
19/20 OTTOBRE 2013 – TEATRO AURELIO – ROMA

17 APRILE 2014 – TEATRO DELL’OROLOGIO – ROMA

PINNE ott’13
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